22 Febbraio 2026

Casa: emergenza o scelta?
L'autonomia si costruisce

Se l’80% degli under 30 vive ancora con i genitori, secondo i dati OCSE, vale la pena chiedersi: quanto pesa il mercato e quanto pesa la nostra disponibilità a iniziare dal “piccolo” e più lontano?

C’è un dato che fa rumore più di tanti commenti: in Italia circa 4 giovani su 5 tra i 20 e i 29 anni vivono ancora con i genitori. Lo dice l’OCSE e basta leggerlo una volta per capire perché si parli di “emergenza casa”.
Eppure, proprio quando un dato è così forte, vale la pena fare una cosa controcorrente: mettere insieme due verità che possono coesistere.

La prima verità è evidente: nelle grandi città, Milano in testa, abitare è diventato un lusso. Se guardiamo i numeri, Milano viaggia intorno ai 5.183 €/m² per le case in vendita (gennaio 2026) e sugli affitti siamo su una media di circa 22 €/m² al mese.
Tradotto: anche lavorando, anche impegnandosi molto, l’asticella di ingresso è alta e spesso l’autonomia è rimandata non per pigrizia ma per aritmetica.

La seconda verità però è meno comoda da dire e proprio per questo è utile: non esiste solo la metropoli. Esistono scelte intermedie, compromessi intelligenti, province che non sono “rinuncia”, ma strategia.
Perché oggi, rispetto a ieri, abbiamo una risorsa enorme: la mobilità. Non è perfetta, non è sempre confortevole, ma è infinitamente più accessibile di quanto lo fosse per i nostri genitori. Un esempio concreto: Milano Centrale–Novara in circa 39 minuti.
Questo significa che, nel raggio di un’ora, esiste un mondo dove si può iniziare a “mettere il primo mattone”, non nel senso romantico del termine, ma nel modo più reale: una casa piccola, magari vecchia, magari non in centro, ma tua.

E qui arriva il punto che spesso salta: l’autonomia non nasce “pronta”, si costruisce. Non è un colpo di fortuna, né un pacchetto premium. È un percorso fatto di tappe: partire stretti, accettare un quartiere meno “instagrammabile”, fare qualche sacrificio sul tragitto, rimandare la casa perfetta a dopo, quando ce la potremo permettere.

Io lo so bene, perché l’ho vissuto. Con mia moglie abbiamo iniziato in un appartamento vecchiotto, in una casa di corte in via Solaroli a Novara. Poi lavoro, risparmio, pazienza. Siamo passati a Cameri, comprando ciò che era coerente con quel momento della nostra vita. Oggi lavoriamo entrambi in centro a Novara, nostro figlio studia lì, mia figlia studia a Milano. Saremmo più comodi in centro? Certo. Ma abbiamo trovato un equilibrio e per ora stiamo bene così. Il futuro, come sempre, si negozia con il tempo e può cambiare se anche noi siamo disposti a farlo, cambiando per primo le nostre abitudini, uscendo dalla nostra zona di comfort.

Allora la domanda non è “emergenza sì o emergenza no”. La domanda vera è più scomoda, ma più utile:
i giovani restano a casa solo perché mancano le condizioni… o anche perché manca la disponibilità ad accettare un inizio imperfetto?

Non lo chiedo per fare la morale, né per dividere il mondo in “chi si impegna” e “chi no”. Sarebbe facile e sterile. Lo chiedo perché c’è un rischio che vedo spesso: trasformare un problema reale in un alibi totale.

Sì, il mercato è duro. Sì, gli stipendi spesso non tengono il passo. Sì, la casa è diventata un tema politico e sociale serio. Ma se continuiamo a raccontarci che “non si può”, senza mai esplorare le alternative, finiamo per regalare alla rassegnazione il volante della nostra vita.
Forse, in un’epoca in cui siamo abituati ad avere tutto subito, risposta immediata, consegna in giornata, risultato istantaneo, dobbiamo reimparare una cosa antica: la progressione.
Partire da 50 metri, non da 100. In periferia, non in centro storico. In provincia, non nel cuore della città. E poi, se tutto va bene, cambiare. Crescere. Migliorare.

Anche perché, guardando l’Europa, i numeri ci dicono una cosa importante: in media si lascia la casa dei genitori attorno ai 26,2 anni nell’UE, ma nei Paesi del Sud e dell’Est si esce molto più tardi. Non è “un difetto genetico”: è cultura, economia, scelte, servizi. Ed è proprio qui che possiamo intervenire, anche individualmente, con lucidità.

Il mondo non è perfetto. Non lo era prima, non lo è oggi, non lo sarà domani. Ma se teniamo lo sguardo fisso solo sul nero, rischiamo di non vedere mai l’orizzonte. E l’orizzonte, quando lo cerchi davvero, è spesso più vicino di quanto pensi: a volte a meno di un’ora di treno.

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