Sabato scorso sono stato a visitare gli scavi di Pompei. Un'esperienza straordinaria, non soltanto per il fascino di una città rimasta sospesa nel tempo, ma per alcune curiosità che mi hanno fatto riflettere su quanto il nostro modo di vivere sia, in fondo, simile a quello di duemila anni fa.
Camminando lungo le antiche strade, tra abitazioni, botteghe e piazze, ho avuto una sensazione particolare: Pompei non era poi così diversa dalle città che conosciamo oggi. Certo, mancavano automobili, smartphone e insegne luminose, ma le strade erano animate da negozi, panetterie, botteghe artigiane, taverne e persone indaffarate tra commercio, acquisti e incontri quotidiani.
Le botteghe, chiamate tabernae, si affacciavano direttamente sulle strade, spesso al piano terreno degli edifici, proprio come i nostri negozi. Le attività si riconoscevano anche attraverso immagini e simboli, mentre il commercio seguiva ritmi e calendari differenti dai nostri. I Romani avevano persino un ciclo di mercato di otto giorni, le nundinae, che scandiva gli appuntamenti economici e sociali. E pensare che ancora oggi discutiamo di orari di apertura, chiusure settimanali e domeniche lavorative!
Ma la scoperta che mi ha sorpreso maggiormente è un'altra: a Pompei esistevano già i fast food! Si chiamavano thermopolia ed erano locali dove si acquistavano cibi e bevande pronti per il consumo. Avevano caratteristici banconi in muratura con grandi contenitori di terracotta, una sorta di tavola calda dell'antichità. Sapete quanti ne sono stati individuati? Almeno 80! Un numero sorprendente, soprattutto considerando che dell'antica città, estesa per circa 66 ettari, ne sono stati scavati soltanto 44. Un terzo di Pompei è ancora sepolto.
Oggi ci lamentiamo spesso dei troppi bar, ristoranti, pizzerie e locali che prendono il posto dei negozi tradizionali nei nostri centri storici, eppure duemila anni fa mangiare fuori casa, fermarsi a bere qualcosa e incontrarsi nei luoghi pubblici erano già abitudini diffuse. Evidentemente il desiderio di stare insieme e condividere momenti della giornata non è solo una moda contemporanea.
Pompei era una città prospera, favorita da un territorio fertile e da commerci vivaci. Le splendide domus, i mosaici e gli affreschi testimoniano una ricchezza straordinaria, naturalmente non distribuita in modo uniforme. La sua economia era fatta di agricoltura, artigianato, servizi e scambi commerciali. Le botteghe animavano le strade e contribuivano alla vitalità urbana, proprio come accade oggi o meglio, come speriamo torni ad essere.
C'è però una differenza sostanziale tra quel mondo e il nostro. All'epoca la popolazione mondiale era di poche centinaia di milioni di persone, contro gli oltre 8 miliardi attuali, e si produceva e consumava infinitamente meno. L'economia era molto più legata ai bisogni quotidiani, mentre oggi viviamo in una società capace non soltanto di soddisfare le necessità, ma anche di creare continuamente nuovi desideri. Naturalmente il lusso e l'ostentazione esistevano già allora ma non esistevano la produzione industriale di massa e il consumismo che caratterizzano la nostra epoca.
Non credo affatto che si vivesse meglio duemila anni fa. Per molti aspetti la nostra qualità della vita è incomparabilmente superiore, tuttavia, osservare quella civiltà ci invita a riflettere su quanto sia cambiato il rapporto tra ciò di cui abbiamo realmente bisogno e ciò che desideriamo possedere.
Da sempre, occupandomi di immobili, mi interessa capire come si trasformano le città e i quartieri. Questa visita mi ha ricordato che il commercio non è soltanto un'attività economica, ma una componente fondamentale della qualità della vita urbana: un negozio, un bar, una bottega artigiana sono infatti anche luoghi di incontro, presenze che rendono frequentata una strada e contribuiscono all'identità di un quartiere. Quando un'attività chiude spesso perdiamo qualcosa che va oltre una semplice vetrina. La vera sfida non è quindi stabilire quanti bar o ristoranti debbano esserci, ma trovare il giusto equilibrio tra commercio, artigianato, servizi, residenze e spazi di aggregazione, perché una città viva è anche una città nella quale le persone desiderano abitare, lavorare e investire.
Passeggiando tra le pietre di Pompei mi è venuto da sorridere pensando alle tante discussioni che facciamo oggi sul futuro del commercio. Duemila anni fa c'era già qualcuno che apriva la propria bottega, aspettava i clienti, contrattava un prezzo e scambiava quattro chiacchiere con un vicino. Non esistevano le recensioni online, ma certamente esisteva il passaparola. Non esistevano i social network, ma c'erano le piazze.
Forse è proprio questa la riflessione più interessante che mi porto a casa: cambiano le città, le economie e le tecnologie, ma le persone continuano a cercare relazioni, comodità, servizi e luoghi nei quali sentirsi parte di una comunità e questo è quello che va restituito se vogliamo far ripartire i nostri centri storici.
E chissà, forse tra altri duemila anni qualcuno visiterà i resti delle nostre città e si sorprenderà scoprendo quanto, in fondo, gli somigliavamo.
ANDREA LEO
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