Avevo già raccontato, all’inizio dell’anno, della collaborazione con Barbara che ci aveva portati a vendere un importante immobile a Milano a un cliente di Venezia. Martedì sono tornato in Piazza San Marco per mettere il punto finale a quell’operazione: il rogito.
Questa volta, però, ho scelto di non andare in auto. Ho preso il treno ed è stata una scelta felice. Il viaggio si è trasformato in qualcosa di più di un semplice spostamento: è diventato tempo condiviso, tempo utile, tempo pieno. Abbiamo lavorato, parlato, riso, osservato il paesaggio scorrere fuori dal finestrino e, insieme, anche quel piccolo mondo che si muove dentro ogni vagone.
Era da tempo che non salivo su un treno e in fondo anche questo è stato interessante: guardare da vicino un frammento di società in movimento, accorgersi di quanto siano cambiati certi comportamenti, certi modi di stare negli spazi comuni, certi dettagli che forse una volta si notavano meno.
Nel tratto tra Novara e Milano, lo ammetto, ho avuto momenti di sincero stupore. Scene, odori, abitudini e una certa indifferenza verso le regole del vivere civile mi hanno colpito più del previsto. Poi, arrivati a Milano e saliti sul Frecciarossa, il contesto è cambiato e il viaggio ha ritrovato ordine, calma e misura.
Non è un giudizio sulle persone in quanto tali, e ci tengo a dirlo con chiarezza. Non lo è mai stato. È semmai una riflessione sul rispetto, sull’educazione e su quel senso minimo di convivenza che dovrebbe appartenere a tutti, a prescindere dalla provenienza. Proprio stamattina, per fare un esempio, ho concluso un contratto con un cliente pakistano di un’educazione rara: una gran bella persona, un lavoratore serio, uno di quelli che ti fanno pensare con ammirazione alla fatica che può esserci stata dietro il percorso fatto per arrivare fin qui e costruirsi una vita.
Ma torno al viaggio.
A un certo punto, Alessandro, il marito di Barbara, tira fuori dallo zaino un regalo per me: un corno pugliese in terracotta, rosso Ferrari. Un oggetto di quelli che strappano subito un sorriso. Lo appoggio sul tavolino del treno quasi per gioco e, nel giro di pochi istanti, mi arriva la telefonata di un collega di Novara: ha concluso un’importante vendita che aspettavamo da tempo, nata da una collaborazione iniziata mesi prima.
Posto 17 del treno, corno rosso pugliese ben in vista, chiamata giusta al momento giusto.
Francamente, una combinazione così credo capiti poche volte nella vita.
La trasferta, pur breve e intensa, è andata nel migliore dei modi. Abbiamo lavorato bene, concluso ciò che c’era da concludere, ma soprattutto ci siamo regalati uno spazio vero di confronto. E oggi non è poco. In auto, tra traffico, fretta, telefonate e attenzione alla strada, spesso non si riesce davvero a parlare. In treno, invece, il tempo si distende. E mentre vai verso una meta, a volte ti accorgi che stai attraversando anche qualcosa di più: pensieri, idee, rapporti, intuizioni.
Forse è anche questo il bello di certe trasferte. Parti per un rogito definito e torni a casa con un altro affare concluso inaspettato, qualche risata in più, un simbolo portafortuna sul tavolino e la conferma che, quando il lavoro incontra le persone giuste, anche un semplice viaggio può lasciare qualcosa.
Alla fine, gli affari si chiudono con competenza e serietà, ma i viaggi migliori, quelli che ricordi davvero, sono sempre quelli in cui al lavoro si aggiunge il valore delle persone.
ANDREA LEO
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